Dalle colombe ai defunti: la storia della parola Colombarium

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Anticamente il significato principale del termine columbarium (dal lat. columba, colomba) era quello di cavità in cui trovavano ricovero le colombe. Nelle attestazioni epigrafiche compare solo in ambito funerario, ad indicare esclusivamente la nicchia che raccoglie le olle con le ceneri dei defunti.

Nell’accezione di monumento funerario in cui viene usata oggi nel linguaggio archeologico, la parola columbarium, fu gradualmente usata solo a partire dal 1727 in seguito alla scoperta, avvenuta l’anno precedente, del colombario dei servi e liberti di Livia, moglie d’Augusto. Nelle iscrizioni latine, infatti, questa tipologia architettonica è nominata ossarium, ossuarium, monumentum o sepulchrum, ma mai Colombario.

Da allora con il termine columbarium s’identificano i sepolcri romani simili ad una piccionaia per via dei loculi che ricoprono fittamente le pareti. Solitamente queste costruzioni erano ipogee o parzialmente interrate, anche se non manca il fronte con la porta d’accesso sulla strada, che, talora, reca, murata, l’iscrizione principale con i nomi dei titolari del sepolcro. L’interno in genere era suddiviso in una serie di ambienti, posti sullo stesso livello, indipendenti oppure comunicanti per via di corridoi, che andavano dalle camere sepolcrali ai vani destinati alla cremazione oppure alla veglia funebre.

All’interno le pareti risultavano fittamente ricoperte, per l’intera superficie, da nicchie, larghe circa 30 o 40 cm, disposte in file fino a nove piani raggiungibili mediante ballatoi con scale. Le nicchie, destinate a contenere una o più olle, piccole urne, generalmente di coccio, con le ceneri del defunto, avevano forma semicircolare, quadrangolare o rettangolare. Decorazioni pittoriche scandivano la successione dei vari filari. Di frequente, le nicchie che erano aperte direttamente al piano terreno o ricavate all’interno di banconi, erano chiuse da lastre dette mensae sepulcrales, mediante le quali le libagioni offerte nei riti funebri raggiungevano direttamente le ceneri dei defunti.

I defunti erano identificati da iscrizioni, dipinte o graffite in spazi appositi, o incise su piccole lastre marmoree. Nella sola città di Roma è sicuramente accertata la presenza di oltre trenta colombari, i più noti sono il colombario degli schiavi e liberti di Augusto, quello degli schiavi e liberti della moglie Livia, edificati sulla via Appia e il colombario di Pomponius Hylas  anch’esso sulla via Appia. Ancora oggi nei cimiteri il colombario indica l’insieme di cellette in cui sono riposte le urne con i resti dei defunti esumati.

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