Orti di guerra a Villa Borghese

Dal momento in cui fu scelta come residenza dal cardinale Scipione Caffarelli Borghese (1576-1633), Villa Borghese ha subìto innumerevoli trasformazioni, per adattarsi agli scopi più diversi. In particolare pochi conoscono il suo impiego durante la Seconda Guerra Mondiale.

Con il protrarsi della guerra, le scarse razioni alimentari a disposizione degli Italiani diminuirono progressivamente, sia quelle concesse da tessere annonarie, sia quelle reperibili al mercato nero. Trovare da mangiare fu la principale preoccupazione della maggioranza della popolazione a partire dal 1941. La fame, quella vera, colpì vasti strati sociali: nel marzo 1942 l’ulteriore riduzione della razione quotidiana di pane (150 grammi) scatenò una nuova corsa al mercato nero, anche perché i contadini rifiutavano spesso di consegnare il raccolto agli ammassi pubblici. Tornarono così in auge gli scambi, i baratti. Nel 1943 la situazione peggiorò ulteriormente e tutti i generi alimentari furono razionati. In questa situazione, sempre più drammatica, la risposta del regime fu disarmante e al tempo stesso comica: gli Italiani furono invitati a coltivare “ogni lembo di terra”. La raccomandazione era più che altro propagandistica e aveva valore psicologico, perché gli orti di guerra non erano certo un rimedio efficace e sufficiente. A Roma molte zone centrali furono utilizzate a questo scopo, tra cui proprio Villa Borghese, come si può vedere da questo filmato dell’Istituto Luce.

Le fanciulle di S. Caterina

caterina

La Chiesa di S. Caterina della Rosa, detta anche de’ Funari, fu costruita nel 1560 sul luogo di una preesistente chiesa. Nella sua area sorgeva il Conservatorio omonimo, eretto dalla Compagnia delle Vergini miserabili e destinato ad accogliere le figlie delle prostitute; mentre una casa contigua al monastero dava rifugio alle ex ricoverate una volta rimaste vedove, o nel caso volessero sottrarsi ai maltrattamenti dei mariti. Nel 1876 fu trasformato in istituto destinato all’istruzione di orfane di famiglie di condizione civile cadute in povertà. In origine molte zitelle venivano collocate come serve e, dopo sei anni di lavoro, ottenevano dai padroni una dote di 150 scudi per maritarsi. Nel giorno di S. Caterina, il 25 Novembre, le giovani fanciulle, vestite di bianco, andavano in processione verso la Basilica dei SS. Apostoli, per essere scelte dai futuri mariti. Nel 1611 durante la processione una delle ragazze scomparve misteriosamente: per tale motivo si interruppe tale uso per diversi anni e la processione non si svolse più fino al 1640, quando la tradizione fu ripristinata.

Il Tempietto del Carmelo

Tempietto_Carmelo

Su vicolo Costaguti, si nota un tempietto del 1759, di pianta semicircolare e adornato da sei colonne dedicato alla Madonna del Carmine: si tratta di uno dei luoghi dove gli Ebrei erano costretti, il sabato, ad assistere alle prediche coatte, allo scopo di convertirli al cristianesimo. Scarsi erano in realtà i risultati: gli inflessibili predicatori non si accorgevano dei tappi di cera che il loro riluttante pubblico nascondeva nelle orecchie per non essere costretto ad ascoltare.

Il tempietto fu costruito da una famiglia di droghieri per proteggere un’edicola votiva della Madonna posta a ridosso del rinascimentale palazzo della famiglia Manili. Era nato per dare ausilio ai devoti della Vergine, che si raccoglievano in preghiera attorno alla sacra immagine riposta sopra un altare, ma nel corso del tempo è divenuto il testimone della storia travagliata del ghetto ebraico. Osservando una lapide affissa sulla parete interna si evince che il tempietto fu restaurato più volte durante il XIX secolo, ma nel momento in cui venne privato dell’effige mariana perse il suo ruolo di edificio di culto. Agli inizi del Novecento divenne sede di una bottega di ciabattini, ma, dopo il crollo della cupola, si decise di restaurarlo. I restauri più importanti sono stati fatti nel 2005 dalla Soprintendenza statale dei Beni Architettonici e Paesaggistici di Roma, sotto la direzione dell’architetto Arianna Cajano. In quell’occasione sono state riportate al loro splendido candore le colonne di travertino e gli stucchi che decorano il soffitto e che circondano una Colomba dello Spirito Santo. Inoltre è stato ripristinato, in base ai resti originali, il pavimento restaurato in marmo di Carrara e bardiglio.

Oggi il Tempietto del Carmelo è un simbolo di incontro tra l’ebraismo e il cristianesimo. Nel 2005 alla cerimonia per il restauro erano presenti il presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche Amos Luzzatto, il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni e il cardinal Walter Kasper, presidente del Pontificio Consiglio per l’Unità dei Cristiani.

Il quartiere Coppedè protagonista del cinema italiano

Cabiria_Giovanni_Pastrone__1914

Il Quartiere Coppedè è legato a doppio filo con il cinema, sia perché è stato spesso scelto come set cinematografico, sia perché il suo stesso apparato decorativo è probabilmente ispirato ad un film.

Si tratta di Cabiria, il colossal realizzato da Giovanni Pastrone nel 1914. il può famoso film italiano del cinema muto. Per questo film, che narrava le vicende di una fanciulla durante la seconda guerra punica, il regista chiese la collaborazione di Gabriele D’Annunzio, il quale ideò anche il nome della protagonista, Cabiria, nata dal fuoco. Il film è soprattutto noto, però, per la sua fotografia e per le ambientazioni magniloquenti e favolistiche, che avrebbero ispirato l’architetto Gino Coppedè, in particolare per il viso titanico che costituisce la chiave di volta dell’arcone d’ingresso del Palazzo del Ragno.

A partire dagli anni Sessanta il quartiere fu scelto dall’industria cinematografica per ambientare film di ogni genere. Nanni Loy scelse un portone di via Dora per ambientare una scena dell’”Audace colpo dei soliti ignoti” e lo stesso fece Vittorio de Sica, che qui ambienta l’incontro tra Alberto Sordi e il suocero ne “Il boom”. La commedia all’italiana continuò a scegliere queste strade anche negli anni ’70, con alcune pellicole che videro protagonisti Tomas Milian, Franco Franchi e Ciccio Ingrassia.

Fu però Dario Argento a tirar fuori il potenziale immaginifico e il lato oscuro del quartiere, con “L’uccello dalle piume di cristallo” e “Inferno”, nei quali questo rassicurante quartiere alto-borghese si trasformava in un inquietante intreccio di forze oscure.

 

Il ninfeo di Egeria: un luogo leggendario nella valle della Caffarella

Egeria

La Ninfa Egeria era una delle Camene, divinità minori legate alle sorgenti, che ricambiavano offerte di acqua e latte concedendo profezie; in genere accompagnavano eroi o personaggi importantissimi, così Egeria si legò alle origini della stessa Roma sposando Numa Pompilio, il re sabino successore di Romolo.

La leggenda vuole che essi si incontrassero in questo angolo della Caffarella per chiacchierare e fare l’amore, qui la ninfa ispirava lo sposo nel fare le leggi e curare l’ordinamento religioso della Roma primitiva.

Il ninfeo, ancora oggi in parte visibile, consiste in una grande stanza rettangolare con una nicchia centrale nel fondo e tre nicchie più piccole in entrambe le pareti laterali che ospitavano le statue di divinità fluviali. L’ambiente centrale, come in passato, è coperto da Capelvenere, un particolare tipo di felce. L’acqua realizzava dei giochi scendendo lungo le pareti e l’umidità, condensando nella volta, creava uno stillicidio che, insieme alla ricca vegetazione che scendeva dall’alto, rendeva l’ambiente fresco e suggestivo.

La grotta è preceduta da un portico che si specchia in un bacino d’acqua che a sua volta va a formare un laghetto insieme alle acque dell’Almone. Per le sue qualità terapeutiche questo laghetto era chiamato “Lacus Salutaris”. La caratteristica fonte fa parte della la grande villa di Erode Attico, marito di Annia Regilla e precettore di Marco Aurelio, che si estendeva a partire dalla via Appia su più strutture separate. Il ninfeo doveva dare così l’idea un po’ barocca di grotta artificiale, dove Erode Attico poteva venire nei periodi di calura estiva a passeggiare al fresco chiacchierando e banchettando piacevolmente con i suoi amici.

Superato il quadriportico, l’acqua formava un altro grande bacino ottagonale ed infine si gettava nell’Almone. Nell’800 questa grotta, come tutta la Caffarella, fu molto frequentata dai romani; proprio qui si allestiva una tipica osteria fuori porta, come testimoniano alcune stampe dell’epoca.

La passione per l’esoterismo del principe Giovanni Torlonia

Civetta

La Casina delle Civette, nel parco di Villa Torlonia, ha una sua natura notturna, proprio come il predatore di cui porta il nome, quell’“Athene noctua” (notturna) considerata nell’antichità attributo sacro di Minerva, la dea “glaucopide”, ossia “dagli occhi di civetta”.

L’edificio ha un fascino gotico, dove l’animale assume nell’immaginario medievale una connotazione demoniaca. Proprio ad un Medioevo iniziatico faceva riferimento l’ispiratore del complesso, il Principe Giovanni Torlonia, uomo poco socievole e amante dell’esoterismo.

Nel 1908 volle radicalmente trasformare i connotati di un edificio ottocentesco, fino a quel momento conosciuto come “Capanna svizzera”, perché simile a un rifugio alpino, disseminandolo di simboli esoterici. Il Principe ne fece la sua personale residenza, modificandola ulteriormente tra il 1916 e 1920 con l’inserimento di logge, porticati e articolazioni architettoniche ed elementi decorativi che la rendono vivace e fiabesca.

L’intitolazione della Casina alle civette si deve al fatto che fin dall’antichità l’animale è simbolo per eccellenza della magia e della veggenza e incarna la capacità di vedere anche nel buio più totale e di poter udire anche il più sottile rumore. Affascinante e misteriosa, rappresenta le innate doti magiche delle persone portate alle arti incantatorie o interessate all’occultismo e attratte da tutto ciò che è misterioso e apparentemente inspiegabile. Nella tradizione alchemica alla civetta vengono attribuite diverse facoltà: la visione notturna, la magia, la telepatia, così come la chiaroveggenza e la sapienza. Questo animale notturno intuisce e presagisce la risoluzione di un problema, simboleggia un intelletto acuto e intelligente, anche se combinato a un’indole triste. La civetta è invocata per scrutare il mondo attraverso gli occhi di un’altra persona, per la vista a distanza o per rintracciare gli oggetti perduti, per agire guidati dalla visione interiore, per discernere con maggiore chiarezza nei momenti cupi e di difficoltà.

Questo uccello nelle pratiche alchemiche e di magia nera è spesso identificato con Satana e fa parte anche dei simboli massonici.

I celebri scavi di Lorenzo Fortunati sulla via Latina

La riscoperta dell’area archeologica del Parco delle Tombe della via Latina si deve a Lorenzo Fortunati, un insegnate con la passione per l’archeologia, che nel 1857 ottenne la licenza per scavare nella cosiddetta tenuta del Corvo. Lo scopo dichiarato nella richiesta di scavo era quello di individuare le città di Cales e Fregellae, le quali, secondo la tradizione, dovevano trovarsi proprio sulla via Latina. Un intento onorevole, quindi, come lui stesso dichiarava nella sua relazione di scavo:

«nell’intraprendere gli scavi, mentre potevo sperarne un onesto lucro, servivo alla gloria della patria comune, al sentimento religioso, ed all’amore delle sole scienze e delle arti».

scavi fortunati 1

In realtà il vero obiettivo di Fortunati fu quello di ricavare profitto da questi scavi: aveva, infatti, il diritto di vendere e trarre guadagno dai reperti venuti in luce, fermo restando che una parte delle scoperte doveva essere riservata al proprietario del fondo. La notizia dei meravigliosi ritrovamenti si sparse presto e come raccontava Fortunati:

«vidi con vera soddisfazione dell’animo mio accorrer sul luogo non solo questi sono fra noi cultori dell’antichità, ma quanti giungono illustri stranieri a visitare questa terra della Religione e delle arti; questo classico solo che i fasti ricorda di un popolo sovrano dell’universo, che serba tanti monumenti della grandezza degli imperatori e della pietà dei Pontefici».

scavi fortunati 2

Il 19 marzo 1858 lo stesso papa Pio IX visitò l’area, come ricorda una targa ancora visibile all’ingresso dell’area archeologica. Purtroppo però la visita papale non portò vantaggi al Fortunati, che si vide impedire il proseguo dei lavori per la scoperta della basilica paleocristiana di S. Stefano protomartire.

stefano protomartire

Solo dopo l’unità, lo stato Italiano vincolò l’area, dopo averla acquistata, per permettere il restauro e la tutela di tutti i monumenti scoperti.

Foto via giocandoneltempo.it

Meo Patacca, un celebre trasteverino

foto trastevere per blog 2015

 

Tra gli storici personaggi di Trastevere spicca il celebre Meo Patacca. Personaggio reso celebre dal poema di G. Berneri e poi dalle molteplici pellicole cinematografiche, il protagonista incarna la tipica maschera romana, che, assieme a quella di Rugantino, rappresenta il coraggio e la spavalderia di certi tipi di Trastevere. Spiritoso ed insolente, Meo Patacca è il classico bullo romano, sfrontato ed attaccabrighe, esperto ed infallibile tiratore di fionda, ma in fondo, generoso e di animo aperto. Gli piace fare lo spaccone e parla rigorosamente in dialetto romanesco, in modo declamatorio. Quando ci scappa la rissa, si getta nella mischia e la sua fama è ben nota in Trastevere e in tutta Roma. A parte il suo carattere sicuramente un po’ difficile, che si adombra per niente, e quel suo strano modo di discutere con qualcuno, prima con le mani poi con le parole, Meo Patacca ha riscosso la simpatia dei suoi concittadini che hanno affollato i teatri romani per assistere divertiti alle sue commedie. Il suo personaggio ha avuto a lungo fortuna sulle scene e, pur trasformato col tempo in un tipo più serio e meno manesco, ha mantenuto inalterati i caratteri di vanaglorioso romano, sbruffone e provocatore.

Foto racconto di Garbatella

In vista della nostra imminente visita nel quartiere Garbatella abbiamo selezionato per voi una serie di fotografie storiche.

Ancora oggi è possibile immaginare l’atmosfera originaria di Garbatella passeggiando tra le sue strade, affacciandosi nei giardini e ammirando alcuni tra gli esempi più significativi di edilizia popolare romana.

Qui di seguito proponiamo una serie di foto d’epoca di alcuni edifici che vedremo insieme domenica prossima.

 

Lotto n°8

In questa foto vediamo la costruzione di uno dei lotti più belli di Garbatella che visiteremo insieme durante il nostro percorso di visita.

Lotto numero 8

 

Bagni Pubblici

Il quartiere fu provvisto di Bagni Pubblici per i suoi residenti, molte delle case, infatti, erano sprovviste dei servizi igienici. I Bagni Pubblici divennero un nuovo punto di aggregazione e di socialità.

Bagni Pubblici

 

Alberghi

Oltre alle piccole palazzine raccolte intorno a giardini comuni furono costruite anche grande strutture i cosiddetti Alberghi. Durante gli anni del fascismo divennero uno dei luoghi in cui venivano fatte risiedere le persone che la polizia doveva controllare. Oggi la grande struttura è stata riadattata in appartamenti.

Alberghi Garbatella

 

Palladium

Il quartiere fu anche fornito di un cinema/teatro ancora oggi in funzione dopo alcuni anni di abbandono. Vi proponiamo una foto degli interni d’epoca, la struttura esterna è stata fedelmente ristrutturata come ancora oggi si può ammirare.

Palladium

Foto via: lotto8.forumfree.it; romatoday.com; garbatella.org; palladium.uniroma3.it.

Perché si banchettava durante le feste in memoria dei defunti?

Parentalia

I Parentalia erano delle festività romane, a carattere prevalentemente privato, che si celebravano ogni anno in onore dei defunti della famiglia (parentes).

Le celebrazioni si svolgevano nel mese di febbraio dalle idi (13 febbraio) al 21 febbraio, giorno riservato alla celebrazione delle Feralia, la vera e propria festa dei morti che aveva carattere pubblico e che consisteva, come ricorda Ovidio, nell’usanza di “portare” (in lingua latina: fero) doni ai morti.

Si credeva che in tal giorno le anime dei defunti potessero girare liberamente tra i vivi.

Nelle Feralia, infatti i cittadini romani recavano offerte alle tombe dei propri defunti che consistevano nella consegna di ghirlande di fiori, spighe di grano, un pizzico di sale, pane imbevuto nel vino e viole. Queste semplici offerte per i morti erano state introdotte nel Lazio forse da Enea, che aveva versato vino e violette sulla tomba del padre Anchise. Ovidio narra che una volta in cui i Romani avevano trascurato di celebrare le Feralia perché impegnati in una guerra, gli spiriti dei defunti erano usciti dalle tombe, urlando e vagando per le strade rabbiosamente.

Nel giorno delle Feralia, che pure non era considerato nefasto, i templi rimanevano chiusi, i magistrati non potevano indossare la toga pretesta e non venivano celebrati matrimoni.

La famiglia del defunto celebrava questo giorno con l’allestimento di un banchetto funebre, che rifletteva ideologie antichissime e complesse legate al timore della morte ed alla necessità per la famiglia di tenerla a distanza. All’inizio ed alla fine di un lutto si svolgevano una serie di atti nei quali una parte importante era riservata al consumo effettivo o simbolico di cibo.

Si compivano tre riti presso la tomba: il seppellimento, il sacrificio di un maiale ed il banchetto funerario. Il sacrificio serviva soprattutto a collocare il morto nella sua nuova dimensione di aldilà, mentre il banchetto che seguiva, serviva piuttosto a purificare la famiglia toccata dal lutto. In questa occasione il cibo si assumeva in modo diverso dal solito: in genere le carni erano riservate ai membri viventi della famiglia, mentre il sangue delle vittime veniva deposto sulla pira. Nove giorni più tardi, con la cena “novemdialis” la famiglia, ormai purificata, si apriva ad un circolo più ampio e riallacciava i legami con il resto della società. Si chiudevano così i nove giorni delle “feriae denicales”, i giorni del lutto, che avevano provocato per i parenti più stretti una sorta di arresto del tempo. Il numero nove, che sembra avere un forte valore rituale e che, come tale, era legato al passaggio da uno stato ad un altro, tanto da investire altre ricorrenze come la nascita, ritorna nella durata della celebrazione dei Parentalia.